A realizzare il progetto è stata la divisione di ricerca e sviluppo di IBM con sede ad Almaden, e ovviamente il lavoro al quale è destinato questo sistema di archiviazione eccezionale non ha nulla a che vedere con le modeste necessità degli utenti privati.
Ne è convinto Bruce Hillsberg, a capo del progetto e della divisione di ricerca sui dischi fissi di Big Blue, secondo cui “questo sistema da 120 petabyte al momento è un estremo che difficilmente potrebbe rivelarsi indispensabile, ma in pochi anni è possibile che tutti i sistemi di cloud computing ne avranno uno simile in dotazione.
Il problema, con così tanto spazio da gestire, è prima di tutto quello di tenere traccia dei nomi, dei tipi e degli altri attributi dei file memorizzati nel sistema, un’attività che assorbe circa due petabyte di capacità: uno spreco di spazio pazzesco in senso assoluto, ma insignificante rispetto alla capienza complessiva del sistema.
120 petabyte saranno utili per archiviare, per esempio, i modelli meterologici e climaticiIn dettaglio, IBM è partita dalla tecnica ormai consolidata della scrittura di copie multiple dei dati su differenti dischi fissi, di modo che quando un disco smette di funzionare il sistema prelevi i dati dagli altri hard disk e, parallelamente al lavoro che sta svolgendo, inizi lentamente a farne una copia integrale su un altro disco.
Fonte:
http://www.tomshw.it/cont/news/il-disco-da-120-petabyte-ci-stanno-24-miliardi-di-mp3/33145/1.html